Il sottotetto del Castello di Ponte Poledrano:
tracce di una committenza Bentivolesca dimenticata
Come ben sanno coloro che ci seguono, qualche tempo fa il gruppo fotografico ha avuto l’occasione di esaminare e documentare alcune pitture murali rinvenute nel sottotetto del castello, precisamente in corrispondenza di una delle due torrette abbattute da Alfonso Rubbiani durante i lavori di ristrutturazione di fine Ottocento. Secondo Rubbiani, le torrette non facevano parte del progetto originale del castello quattrocentesco. Esse sono però visibili in uno schizzo di Giacomo Savini del 1835 (1) e in alcune fotografie antecedenti alla ristrutturazione. Dopo gli interventi del restauratore, scompaiono definitivamente. Rubbiani era convinto che le sovrastrutture fossero state aggiunte successivamente e decise di rimuoverle per riportare il castello alla linea che, a suo avviso, era più fedele alla struttura originale rinascimentale.
Nel sottotetto, nei punti corrispondenti alle torrette abbattute, in particolare quella Nord-Est, sono stati rinvenuti muri tagliati recanti pitture ancora visibili. Questi disegni, seppur in pessimo stato di conservazione, inizialmente ci sono parsi risalire al XVIII secolo, ma un’ulteriore analisi ha fatto emergere dubbi sulla loro origine. In questo articolo sosteniamo che potrebbero essere collegati alla ristrutturazione dell'intero bene e al suo rinnovamento iconografico voluti dal Marchese Enzo Bentivoglio durante la prima metà del Seicento, un progetto artistico affidato alla coppia Battistelli-Guercino, come riportato nel carteggio trascritto nel volume monografico di Prisco Bagni su Casa Pannini (2).
Le fotografie degli affreschi, finora edite soltanto nelle pagine pubblicate da questo gruppo, rivelano uno stile non certamente riconducibile al Quattrocento, bensì a un'epoca di molto successiva. Lo stesso Rubbiani, esaminandoli, potrebbe aver ritenuto a ragione che non appartenessero alla Domus originaria di Giovanni II Bentivoglio e, per questo, avrebbe deciso di eliminare le torrette, considerandole estranee all’aspetto autentico del castello. L'episodicità e la frammentarietà delle stesse potrebbe averlo convinto a non farsi scrupoli nel mettere mano all'assetto architettonico: la presenza di un ciclo pittorico coerente avrebbe probabilmente determinato scelte meno drastiche? Certamente Rubbiani ha studiato i materiali del Fondo Bentivoglio dell'Archivio di Stato di Ferrara (3), avrebbe avuto modo di ricondurre il tutto alla corretta paternità.
A cosa, dunque, farebbero riferimento questi lacerti di pitture?
Tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XVII secolo, il territorio bolognese conosce una significativa diffusione di dimore rurali di prestigio, parte di un fenomeno che accomuna Bologna a città come Venezia, Genova, Napoli e Firenze. In questo periodo, le campagne bolognesi si arricchiscono di decine di ville splendide, edifici non solo rappresentativi di un gusto artistico, ma anche elementi di una complessa dinamica economica legata al potere delle grandi proprietà terriere. L'opera del bolognese Vincenzo Tanara, "L’economia del cittadino in villa", opera che conobbe l'uscita di ben nove edizioni nel giro di pochi anni e che una tradizione vuole redatta in un Casino di campagna sito lungo il Navile bentivolesco poco distante dal tuttora esistente palazzo Guidotti (4), offre uno sguardo dettagliato su questo fenomeno. Questo modello non rappresenta solo uno sfruttamento agricolo di tipo capitalistico, ma anche un sistema in cui il patrizio gestisce la sua proprietà come un centro di potere e prestigio. Stiamo quindi parlando di un periodo di grande sviluppo, in cui Bologna e il territorio circostante vivono una fase di intensa vitalità economica e commerciale. Tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento, i traffici lungo il “Naviglio” bolognese risultano ancora rilevanti, beneficiando delle opere infrastrutturali eseguite nella seconda metà del XVI secolo, tra cui i lavori di sistemazione sul Porto Navile progettati dal Vignola, rendendo la navigazione tra Bologna e Ferrara verso Venezia un asse strutturale del commercio padano. Questo dato viene visivamente testimoniato nei diari del principe Cristiano II di Anhalt-Bernburg nel suo viaggio in Italia tra il 1623 e 1624, il quale, approdando a Bentivoglio come tappa del trasferimento verso Bologna, nota un "gran numero di barche su entrambi i lati del canale"(5). In questo contesto di grande sviluppo, le ville bolognesi, come quelle venete o toscane, non sono solo luoghi di villeggiatura, ma rappresentano veri e propri simboli di una classe sociale che combina potere economico e raffinata cultura artistica (6). Similmente possiamo collocare agli esordi del Seicento il cantiere che ha portato a erigere l'impresa artistica di Villa Paleotti le cui decorazioni rappresentano una pietra miliare per la nascita della grande stagione della Quadratura bolognese che tanta fortuna ebbe nel corso del secolo certamente sul territorio, ma anche altrove in Italia e in Europa (7). Non può destare sorpresa dunque se proprio questa stagione possa risultare foriera di altre imprese emulative, ed è esattamente in questo contesto che vogliamo collocare la "mancata" impresa di rinnovamento del Poledrano intorno al 1617. Proprio la corrispondenza sopra citata ci mette a partito di una fase di progettazione che coinvolge il quadraturista Pier Francesco Battistelli, legato al Marchese Enzo Bentivoglio da molto probabili trascorsi al suo servizio per l'allestimento di spettacoli teatrali in Ferrara, ciò che indurrebbe a ricondurre l'impresa entro un disegno più ampio di mecenatismo in ambito teatrale e concertistico particolarmente attivo in ambito ferrarese (8). In quel periodo il Battistelli era impegnato, assieme al Guercino, nelle decorazioni di casa Pannini, parte delle quali sono attualmente visibili presso la rinnovata Pinacoteca di Cento. Questo stesso sodalizio, dunque, è alla base della proposta del Marchese Bentivoglio e della sua intenzione a ristrutturare e decorare il Castello del Poledrano servendosi della stessa equipe. I carteggi riportati dal Bagni ci narrano della difficoltà di coinvolgere un Guercino già allora molto assorbito dalle commissioni in favore del cardinale Ludovisi, impegni che lo avrebbero condotto a vivere la folgorante esperienza romana di lì a breve, e della difficoltà che il Battistelli ebbe, già parzialmente impegnato al Poledrano, nel cercare di coinvolgerlo realmente e concretamente in una impresa che pareva nascere tra mille difficoltà già alla firma della relativa convenzione. Secondo la documentazione riportata, il Battistelli ebbe modo di presentare al Marchese alcuni disegni preparatori per i fregi architettonici delle stanze. Lo stesso Bagni argomenta come la repentina partenza del Battistelli dal Poledrano per Parma al servizio dei Farnese nel maggio del 1618 avrebbe impedito di iniziare qualsiasi lavoro di tipo pittorico. Credo che questa deduzione sia pur logica analizzando le carte, possa essere in parte smentita dall'esistenza stessa di alcune pitture che ancora oggi vediamo nel sottotetto in questione: evidentemente qualche decorazione e qualche figura, se non lo stesso Battistelli certamente qualcuno della sua equipe, potè essere tracciata sui muri del Poledrano. Il fatto che queste figure siano compatibili con la "mano" di Battistelli e della sua equipe è cosa che non può destare dubbio di sorta, la compatibilità di tali disegni infatti è assolutamente testimoniata persino negli elementi decorativi, ad esempio con quanto ora visibile sia nel grande portale del Teatro della Pilotta sia nelle sale affrescate al Palazzo Bentivoglio di Gualtieri, impresa alla quale si dedicò dal 1623. Enzo subentra al fratellastro Ippolito nella conduzione diretta del feudo di Gualtieri dal 1619 (9), ciò che può dare conto dello spostamento di interesse, e di interessi, in area assai distante dal Poledrano, residenza che, ritengo da quel momento esatto in poi, sarà destinata a un corso di mera sussistenza tra alterne vicende fino alla vendita ottocentesca a beneficio dei Pizzardi (10). È difficile analizzare nel dettaglio le immagini sopravvissute. Da esse traspare l'abbozzo di un ciclo pittorico che raffiguri personaggi mitologici quali nereidi e muse, quasi a rappresentare una profonda connessione tra l'ispirazione artistica di derivazione classica e l’ambiente circostante fondato su una predominanza di tipo acquatico. Le naiadi, spiriti delle acque dolci, e le nereidi, ninfe marine, incarnano la vitalità e la fluidità dell’acqua, evocando un paesaggio di paludi e canali carico di fascino e mistero. Le muse, simboli dell’arte e della creatività, unite a Dafne (vedasi ad esempio la prima immagine della sequenza del Sottotetto in calce a questo testo), figura metamorfica legata alla natura e all'idea del bello apollineo, richiamano la fusione tra ispirazione artistica ed elementi naturali. Tale ciclo, arricchito da riferimenti teatrali e musicali, crea un dialogo armonico tra mito, bellezza estetica e l’anima dell’ambiente acquatico. Assai più enigmatico il dilemma del profilo di uomo, vuoi per il pessimo stato di conservazione, vuoi per la quasi totale dispersione delle pitture circostanti. All'inizio ci è sembrato un elemento che avvalorasse la supposizione del XVIII secolo, esaminandolo ulteriormente però mi ha fatto pensare a certa iconografia di Girolamo Frescobaldi con barba, pizzetto e capello “mosso”; ossia non intendo assegnare una correlazione in tal senso (anche se estremamente suggestiva in quanto successiva alla “rottura” contrattuale tra il musicista ferrarese e il marchese Bentivoglio), si tratta unicamente di confermare la compatibilità dell'intero intervento con i tratti e lo stile del Barocco anche in ambito ritrattistico.
Riteniamo, per concludere, che tale "riscoperta" sia di una certa rilevanza in quanto ci aiuta ad aggiungere un nuovo tassello significativo che marcherebbe, nei primissimi anni del Seicento, l'abbrivio di una sorta di "gara" all'abbellimento e alla decorazione delle dimore padronali e signorili avente per ideale epicentro il lungo Navile presso Bentivoglio.
Note
1. Castello di Bentivoglio, Inventario disegni M960 (rep. 3/139), Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna.
2. Guercino a Cento. Le decorazioni di casa Pannini, Prisco Bagni, Bologna, 1984, pagg. 3-8, nota valida anche per le citazioni segg.
3. Il castello di Giovanni 2. Bentivoglio a Ponte Poledrano, Bologna, 1914.
4. Le chiese parrocchiali della diocesi di Bologna, ritratte e descritte. Tomo primo. 48, Santa Maria in Duno. Bologna, 1844.
5. Christian II., Anhalt-Bernburg, Fürst: Tagebuch Christians des Jüngeren, Fürst zu Anhalt, Leipzig , 1858, pag. 177.
6. Sfarzo di ville, miseria contadina, in L' agricoltura e il paesaggio italiano nella pittura dal Trecento all'Ottocento, Antonio Saltini e Maria Sframeli. Firenze, 1995, p. 32 e segg.
7. Seventeenth-century Bolognese ceiling decorators, Ebria Feinblatt, Santa Barbara, California, 1992, pag. 20 e segg.
8. Girolamo Frescobaldi nel IV centenario della nascita: atti del Convegno internazionale di studi (Ferrara, 9-14 settembre 1983). A cura di S. Durante e D. Fabris, Firenze, 1986.
9. Voce “Bentivoglio, Enzo”, di Tiziano Ascari, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 8 (1966).
10. Tra mulini e canali. L’azienda agricola di Ponte Poledrano da Giovanni II
Bentivoglio a Carlo Alberto Pizzardi, Tommaso Duranti in Il Castello di Bentivoglio. Storie di terre, di svaghi, di pane tra Medioevo e Novecento, a cura di A. L. Trombetti Budriesi, Firenze 2006, pp. 143-163.