Di fronte alla digitalizzazione dei testi d'archivio, la sfida più affascinante non è semplicemente mostrare una vecchia pagina su uno schermo, ma renderla nuovamente viva, leggibile e interamente ricercabile. È questo il senso del delicato intervento di restauro filologico digitale che abbiamo condotto sull'opera – fondamentale per ogni storico locale – di Don Francesco Mignani (Parroco di Bondanello): l’Abbozzo di Storia della Pieve di S. Marino, datato 1815.
L'operazione, mirata a restituire alla comunità un testo pienamente fruibile sul sito Bentivoglio e dintorni, ha dovuto affrontare un problema comune a molti archivi: la corruzione dei testi dovuta ai passaggi tecnologici intermedi e alle stratificazioni del tempo.
Dalla penna dell'Ottocento al dattiloscritto degli anni '70
Il testo di Don Mignani è giunto a noi grazie a Miria Cervi attraverso una complessa stratificazione. Il problema principale di leggibilità digitale, infatti, non derivava direttamente dal libro che data a partire dal 1815 (trattasi sostanzialmente di una bozza “in progress” vi sono citazioni dal Corty che richiamano fatti asseriti), ma da una versione trascritta e dattiloscritta negli anni '70. In quel decennio, il meritorio tentativo di salvare e battere a macchina il testo creò una nuova serie di difetti ottici. I limiti delle macchine da scrivere dell'epoca, i nastri d'inchiostro talvolta esausti, le sovrapposizioni di battitura e le successive fotocopie hanno generato nel tempo vere e proprie "aree cieche" per i moderni software di lettura ottica (OCR). I sistemi informatici odierni, non trovando caratteri standard, hanno interpretato i nomi storici attraverso refusi macroscopici. Nomi propri fondamentali si sono trasformati in stringhe indecifrabili: è il caso di Matilde, sfigurato dal software in un enigmatico wintilde, o di un verbo comune come giunsero, letto come ginnsere.
Una catena di salvataggio umana: la testimonianza di Miria Cervi
Dietro alla nascita dei file digitali che oggi potete consultare non ci sono però solo algoritmi, ma una straordinaria avventura umana e comunitaria durata cinquant'anni. Come racconta Miria Cervi nella sua preziosa testimonianza riportata integralmente in calce a questo articolo, il testo originale – da lei definito il "libro del prete" – è stato sottratto all'oblio grazie a una vera e propria catena di custodi della memoria.
Miria Cervi ricorda come la prima, monumentale opera di salvataggio sia stata un «lavoro finanziato negli anni 60-70 dalla ditta "Officine Barbieri" di Castello», che permise di ottenere una prima trascrizione a macchina dell'antico manoscritto. Quella che inizialmente era solo «una risma di carta» di quasi 500 pagine fronte-retro, è stata poi generosamente condivisa dallo storico locale Tiberio Verri per essere fotocopiata, ed è rimasta custodita per oltre dieci anni nella libreria di Miria, «chiusa in un grosso raccoglitore azzurro».
Proprio da quel faldone azzurro è partito l'ultimo tassello della staffetta: il mio tentativo di applicare le moderne tecnologie per digitalizzare quelle pagine ormai sbiadite dal tempo.
Invitiamo caldamente i lettori ad approfondire i dettagli di questa affascinante cronaca locale leggendo la testimonianza diretta di Miria Cervi, riportata in fondo alla pagina.
Dietro le quinte del restauro: il codice sotto la pagina
Per salvare l'opera senza alterarla, si è scelto di non toccare minimamente la veste grafica del documento. La pagina dattiloscritta che l'utente sfoglia online conserva intatta l'autenticità e il fascino della sua genesi novecentesca, testimoniando lo sforzo di chi la digitò a macchina quarant'anni fa.
Il vero restauro è avvenuto "sotto" la pagina: è stata utilizzata l'Intelligenza Artificiale per creare un livello invisibile di testo ricercabile. Si è trattato indubbiamente di un lavoro improbo, una sfida complessa nel tentativo di intercettare le storpiature macroscopiche ereditate dal dattiloscritto e dalle fotocopie, decodificarle e ricondurle al loro lemma italiano corretto; un intervento meticoloso guidato dal principio fondamentale di salvaguardare, in ogni singola pagina, il senso generale e l'autenticità del contenuto originario.
Inoltre, per evitare che le correzioni spostassero la posizione delle parole (compromettendo la corrispondenza tra ciò che si vede e ciò che si seleziona con il mouse), si è applicata la tecnica della compensazione spaziale: se la parola corretta era più corta del refuso, sono stati inseriti dei microscopici spazi vuoti per pareggiare al millimetro la lunghezza in byte del file originale.
Il salvataggio della memoria locale: toponimi e antroponimi
Il valore più grande di questo intervento per il sito Bentivoglio e dintorni risiede nel recupero sistematico della toponomastica e delle figure storiche della Pieve. I nomi di luogo e di persona sono le coordinate fondamentali per ogni ricercatore; se il software li corrompe, quei dati spariscono dalle indicizzazioni dei motori di ricerca.
Il lavoro di bonifica ha permesso di ridare dignità e reperibilità a due grandi categorie di nomenclature:
• La geografia e l'idrografia: sono stati salvati i nomi dei corsi d'acqua e delle località della pianura che il software frammentava, come l'antico ramo del Po (Padusa), il torrente Lavino, e i centri storici di Castel Maggiore, Bondanello, Nonantola e il suo territorio.
• I protagonisti della storia: è stata restituita la corretta grafia alla fitta cronologia di sovrani (come la regina Teodolinda o re Pertarito) che hanno incrociato la storia della pieve, oltre alle figure chiave del libro stesso, come gli stampatori bolognesi Gaetano Barbieri e lo stesso autore, Don Francesco Mignani (il cui cognome era spesso letto dal motore OCR come una confusa combinazione di lettere graficamente sovrapponibili).
L'Isola del Triumvirato e l'originale tesi del Mignani
Consentitemi un brevissimo cenno al testo, per dire soltanto che tra le pagine più affascinanti recuperate da questo restauro digitale spiccano senza dubbio, quelle che Don Mignani dedica a uno degli enigmi della storia romana più dibattuti dagli eruditi bolognesi: l'esatta localizzazione dell'Isola del Triumvirato. Si tratta del luogo in cui, nel 43 a.C., Ottaviano, Marco Antonio e Lepido si incontrarono per spartirsi l'Impero. Mentre gran parte della tradizione storica locale concordava nell'identificare l'isola fluviale nel territorio di Sacerno, Don Mignani propone nel testo una ricostruzione originale e alternativa. Basandosi su un'attenta e personale analisi della morfologia del territorio, delle antiche deviazioni dei corsi d'acqua e delle mutazioni subite dalla pianura bolognese nei secoli, il parroco di Bondanello sposta l'asse della ricerca geografica proprio lungo il territorio che insiste sulla Pieve di San Marino, offrendo agli storici una chiave di lettura del tutto inedita e d'avanguardia per l'epoca. Al di là delle valutazioni di merito, siamo sicuri che il recupero di queste pagine restituisca finalmente alla comunità scientifica un tassello fondamentale del dibattito archeologico ottocentesco. I cippi sono stati costruiti altrove, ma la ratio di alcune inferenze rimane del tutto valida.
Il valore della condivisione
Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza un profondo spirito comunitario. Come giustamente sottolinea Miria Cervi in chiusura del suo testo, troppo spesso i documenti storici restano gelosamente confinati nelle raccolte private. Questo progetto dimostra l'esatto contrario: quando si mettono in comune materiali, passioni storiche e competenze tecnologiche, la storia di un intero territorio smette di essere un faldone polveroso in una libreria e diventa un patrimonio collettivo di lunga durata. Buona lettura!