Il Concilio di Trento, inizialmente previsto per il 1° novembre 1542, fu ritardato a causa di lunghe trattative sulla sede e delle ostilità franco-imperiali. Queste trattative presupposero vari viaggi del Pontefice Paolo III (Alessandro Farnese) in area padana. In uno di questi trasferimenti, transitando da Ferrara (e prima ancora sempre per vie d'acqua, in bucintoro, da Belriguardo per un'entrata trionfale nella stessa città estense) a Bologna, il papa fa scalo al Poledrano nell’aprile del 1543:
“A dì 25 detto, se partì de Ferara il papa, a bon' ora, et vene a Bologna per aqua, et vene per dal Bentivoglio et arivò a Cortegela, et li andò gran gente incontra insino a Cortigela, et vene a Bologna che era una hora de notte con le torso apreso [seguito di persone]. A dì 28 detto, de aprile, in sabato, il papa andò a stare a san Michele in Bosco, et li era sette cardinali con lui.”
Le note di cui sopra vengono redatte nel
“Diario di cose seguite in Bologna dalli 20 7bre 1535 fino il 25 xbre 1549” in un italiano popolaresco di origine lombardo-veneta tipico della prima età rinascimentale in area padana da un cronista cinquecentesco, tale Jacopo Raineri, un “grasso popolano” che esercitava il mestiere di calzaiuolo (o calegaro) nella Bologna del Cinquecento. Nonostante la sua umile professione, godeva di una particolare "entratura nel Pubblico Palazzo", una condizione privilegiata che gli permetteva di accedere a informazioni riservate o di conoscere i fatti cittadini con "diretta esattezza" prima che venissero divulgati alla massa [Corrado Ricci, Anime dannate, 1919]. Comunque un benestante cittadino (secondo Leandro Alberti era altresì, inspiegabilmente, un notevole collezionista di medaglie) che vediamo interessato a seguire tutte le ultime tendenze del mercato, i prodotti alimentari, gli spettacoli dei ciarlatani e degli acrobati, oltre alle chiacchiere e pettegolezzi delle dame di corte. Si tratta di una delle poche fonti disponibili per il periodo successivo alla caduta dei Bentivoglio, poiché molte altre cronache bolognesi terminano proprio con la fine della loro signoria e la distruzione del loro potere da parte di Giulio II. In tutto e per tutto si segnala come un uomo del suo tempo, si appassiona alle feste, alle giostre e alle sontuose parate, ai fatti politici, alla cronaca “nera”, disquisendo magari di ceramica, tessuti, gioielli. Tutto ciò che stava sulla bocca o cogliesse la morbosa attenzione dei più lo attirava e veniva registrato nel diario. È proprio per questo motivo che la sua cronaca è di grandissimo valore, poiché ci trasmette l’interessante punto di vista di un cittadino bolognese del XVI secolo, non di un cronista organicamente legato alla classe dirigente cittadina. In questo modo, possiamo rivivere quei momenti attraverso le sue parole, ottenendo una conoscenza più approfondita e ridestando da un passato ormai polveroso una civiltà tardo rinascimentale, perfino nei dettagli più intimi dei sentimenti e delle emozioni.
Registriamo inoltre una
bellissima mappa redatta dal matematico e cartografo estense Marco Antonio Pasi, che coglie, circa quarant'anni più tardi, l’essenza di questo percorso compiuto da Paolo III, tratteggiando la magnificenza della
“delizia” del Belriguardo (che, alla stregua del nostro Bentivoglio, nasce come castello e come castello andrebbe più correttamente denominato) rispetto al territorio circostante, nonché cogliendo l’antico innesto del naviglio bolognese alla Torre della Fossa.

Possiamo ipotizzare dunque una brevissima sosta tecnica del pontefice, legittimata da quel "per dal" e dal lasso di tre giorni intercorso fra la partenza da Ferrara e l'arrivo a San Michele in Bosco, luogo che Giorgio Vasari aveva da poco trasformato in un centro d'irradiazione della "maniera" moderna attraverso le opere eseguite nel 1539 per il refettorio del monastero. Certamente lo stato del Poledrano, dopo quasi quarant'anni di prolungata astinenza da qualsiasi utilizzo coerente con la sua natura di Domus Jocunditatis, non avrebbe potuto offrire alcun “principesco” supporto a una grande personalità e al suo largo seguito.
In seguito, l'11 giugno 1543, il pontefice partì da Bologna per recarsi a Bussetto (ed è anche questa una località certo non indifferente ai cultori della storia bentivolesca), dove ebbe un
importante abboccamento con l'imperatore Carlo V. Dopo l'incontro, rientrò a Bologna attraverso Porta S. Felice, fermandosi per altri otto giorni prima di proseguire per Roma. Un momento di grande sfarzo fu la processione del Corpus Domini del 1543, durante la quale Paolo III portò personalmente il Santissimo Sacramento, scortato da 23 cardinali e 44 vescovi in abiti pontificali [Antonio di Paolo Masini, Bologna Perlustrata, pubblicata nel 1666]. Ma oltre agli obblighi e impegni di tipo religioso, la permanenza a Bologna porta con sé l’emanazione di decreti a favore dell'Arte della Canapa, proibendo l'esportazione di canapa grezza non lavorata per proteggere gli oltre dodicimila operai bolognesi che già si potevano contare nel settore, a seguito della enorme espansione della richiesta di cordame per i navigli che sempre più numerosi solcavano le nuove rotte oceaniche. Questi provvedimenti miravano altresì a favorire non solo la cerchia urbana, dove intere strade come la Mascarella e il Borgo di San Pietro erano popolate da botteghe del settore, ma anche importanti centri del contado come Budrio, Medicina e Castel San Pietro [Salvatore Muzzi, Annali della città di Bologna, Volume 7]. La città, tuttavia, pur vivendo un periodo di pace dopo le turbolenze di inizio secolo, risentiva ancora delle spese militari e delle tasse imposte dal papato per sostenere la guerra contro i Turchi e le alleanze imperiali. Nonostante la pressione fiscale e le difficoltà, Bologna rimaneva un centro di altissima cultura, in special modo medica e legale, con figure come Alessandro Achillini e Andrea Alciato (esimio giurista milanese corrispondente di Erasmo, fu lui a consigliare il trasferimento del Concilio di Trento a Bologna) che avevano da poco lasciato le loro cattedre nello Studio. Sono anche gli anni in cui Ulisse Aldrovandi è un giovane studioso che sta iniziando il percorso che lo porterà a rivoluzionare le scienze naturali, inserendosi perfettamente in quella "fucina di dotti" che era ancora la Bologna di metà Cinquecento.
Tutto questo fermento (di dotti, di mercanti, di operai della canapa, di artigiani e di cardinali) era la Bologna che Paolo III attraversava e lasciava alle spalle ogni volta che riprendeva la via dell'acqua. Un mondo denso, che il Navile collegava alla pianura aperta, ai castelli, alle "delizie" estensi, al grande asse padano su cui si giocavano le sorti del Concilio e dell'Europa intera. È in questo contesto che va riletto quel transito quasi silenzioso del pontefice per il territorio bentivolesco: non una sosta marginale, ma il fulcro di una rete di movimenti e significati che percorreva l'intera Valle Padana.
Quel "per dal Bentivoglio" annotato quasi di sfuggita da un calzolaio bolognese dice più di quanto sembri. Il papa passa, il Navile scorre, il Poledrano tace; da qualche decennio già, e poi ancora per secoli. E il territorio, questo territorio, continua a ricordare il nome di chi lo aveva definitivamente plasmato e reso compiutamente agricolo. Epigrafe silenziosa, incisa nell'acqua e nella pianura.