Mi chiamo Laura Cesari e sono nata a Bentivoglio (nella bassa bolognese) il 05/01/1937. Sono l’ultima di quattro figli e Giancarlo, il maggiore, aveva diciassette anni in più di me, per certi aspetti quasi un secondo padre. I miei genitori erano Clotilde Fariselli (sarta) e Alberto Cesari (fuochista all’ospedale) entrambi nati a fine ‘800.
Ho vissuto in paese a Bentivoglio fino al settembre del 1959 quando mi sono trasferita a meno di un paio di chilometri in località Fabbreria (dove tuttora risiedo) sposandomi con Ferdinando Demaria (barbiere di Bentivoglio) noto a tutti come Nandén al barbîr ed Bäntvói).
Sono cresciuta al Palazzo Vivaio detto anche al Palâz di Melcuntént; anche se non so spiegarmi il perché di questa definizione. Veniva chiamato anche il “palazzo in fondo all’acqua” poiché faceva parte, con Palazzo dell’Orologio (attuale hotel), il Mulino e Palazzo Rosso, della cosiddetta “Isola”. Un’isola a forma di nave la cui prua era la punta sottostante la balconata Belvedere di Palazzo Rosso e la poppa era proprio il “mio palazzo”, quella grossa struttura con gli infissi rossi con annessa, a nord, una costruzione dove vi erano i nostri granai. Una nave che puntava verso la città di Bologna, come si può vedere dalle fotografie scattate fino ai primi anni 60. Da lì partirono una serie di lavori che portarono alla chiusura con tombamento di un ramo del canale
A Palazzo Vivaio da diversi anni vi è la sede del Centro sociale ricreativo “Il Mulino” negli stessi locali che una volta erano occupati da un fabbro (nel lato sud ovest), da due falegnami (nel lato sud est) e dalle nostre cantine (più all’interno).
Da qui tanti ricordi ……… e alcuni aneddoti che di seguito cito.
Ricordo
Quando giocavamo a “31”, nascondino (arpiatarôla) tra le assi riposte nel portico antistante la falegnameria in orario di chiusura. Eravamo un gruppo di ragazzini alquanto vivaci e chiassosi e uno dei due falegnami, che abitava proprio lì sopra, non mancava occasione per punirci con secchiate di acqua che ci tirava dalla finestra. Più gioia che punizione a dire il vero! Ricordo il suo viso, rovinato dal vetriolo che gli lasciò una serie di cicatrici ben visibili a causa di uno sfortunato diverbio.
Ricordo
Il gesto di un altro condòmino. Veniva soprannominato da tutti l’orbino (l’urbén) dato lo strabismo che lo caratterizzava. Con noi si è sempre dimostrato un uomo tranquillo ed educato, ma non era del tutto così con la moglie, con la quale spesso diventava irrequieto. Una sera, di sicuro un sabato, perché solo in quel giorno si recuperava dal macellaio (bchèr) la carne per il brodo (la chèren par la pgnâta) per il dì di festa, era talmente nervoso al punto da gettare giù dalla finestra, e direttamente in Navile, scolapasta (sculadûr), carne e addirittura il gatto di casa (al gât).
Ricordo
Che un giorno mio padre, al rientro dal lavoro, mi chiese di accompagnarlo a dare da mangiare al maiale. Noi ed altri inquilini del Palazzo possedevamo un maiale per famiglia ed i porcili (purzîl) erano situati giù’ dall’argine del canale. Ci avviammo con il secchio con la brodaglia (la brôda dal ninén), ricavata dall’acqua dei piatti ed il macinato di granturco (graniŝèl) o lo sfarinato derivante dal grano (tridèl) o la crusca (råmmel). Transitando lungo la passerella che sovrastava il Navile mio padre si accorse che qualcosa di strano si era impigliato tra le sterpaglie. Tornò nel granaio a prendere una pertica (pêrdga) e non appena si accinse a recuperare quel fagotto galleggiante, d’improvviso si capovolse e ci apparve un uomo. Si trattava di una persona di Gavaseto (frazione di San Pietro in Casale) che, rientrando da un rosario, inavvertitamente nel buio imboccò la strada sbagliata ed accidentalmente cadde in acqua. La corrente lo trascinò fino a Bentivoglio, fino alla nostra passerella, la stessa passerella che fu costruita negli anni della guerra e doveva servire come via di fuga dai soldati tedeschi. Fu un episodio particolarmente forte e noi ragazzini ci spaventammo al punto da non voler più uscire di casa per un bel po’.
Ricordo
I momenti dedicati al bucato. Tra il palazzo e i granai c’era la lavanderia che, oltre ai condomini veniva usata da altre donne del paese. All’esterno disponevamo di un secchio attaccato alla carrucola (una mastèla atachè ala zirèla) dal quale prendevamo acqua dal Navile per riempire un grosso paiolo, precisamente una botte zincata incassata nella pietra. La si faceva bollire bruciando bacchetti della canapa (stécc) e bacchetti di granturco (malghèr), quindi si lavava il bucato con la cenere. Si adoperava a mo’ di filtro uno spesso e robusto telo quadrato di cotone (al zindràndel). Gli si metteva qualche manciata di cenere, lo si fissava sopra ai mastelli da bucato e con i secchi gli si versava dentro l’acqua bollente prelevata dal paiolo (caldèra). In questa maniera il telo rilasciava la liscivia (alsî). Il bucato si metteva in ammollo anche per tutta la giornata. All’indomani si lavava e si andava a risciacquare in Navile, ma stavolta in prossimità delle chiuse (sustéggn) a ridosso di Palazzo Rosso dove l’acqua era alta e pulita, se non era appena piovuto. Si tornava a casa a stendere. Le lenzuola penzolavano giù dalle due corti a cielo aperto situate all’interno del Palazzo sgocciolando nell’atrio il cui centro convergeva in una sorta di scolo che poi scaricava in Navile. Rammento l’Arturina che abitava a piano terra e, nonostante potesse entrare in casa dall’ingresso principale passando dal corridoio come tutti, preferiva attraversare il cortile bagnandosi testa e piedi borbottando con la sua carissima amica Adele che stava all’ultimo piano. E Adele controbatteva: “Quando sarai stanca di bagnarti facciamo cambio di appartamento, così ti toccheranno le scale!
Ricordo
Proprio l’amicizia tra i condòmini. Un sentimento vero, forse dettato anche da una serie di esigenze dovute ad un momento storico particolarmente difficile. Vivevamo in Palazzo come in una specie di grossa famiglia allargata. Non avevamo le porte di casa chiuse a chiave e per questa ragione è successo pure che qualcuno abbia sbagliato appartamento e, anziché finire dall’amante, sia entrato in realtà nella camera da letto di una tranquilla coppia di coniugi di mezza età. La cosa bella è stata che costui, pur se imbarazzato, si sia scusato per l’involontaria irruzione dicendo di aver sbagliato il piano.
Ricordo
mia madre sarta. Aveva imparato il mestiere dalle suore che il marchese Pizzardi ospitò in Castello fra fine ‘800 e inizio ‘900. Lavorava a casa e ciò significava un certo via vai di persone che passavano da noi per farsi confezionare o accomodare gli abiti. Tra i suoi clienti vi erano pure dei giovani galletti, sì certo; dei polli veri! I loro padroni li portavano a far rammendare il posteriore dopo l’intervento di castrazione casalinga, come avveniva a quei tempi, per avere dei grossi capponi da mangiare a Natale. Una sorta di taglio e cucito seguita da un’opportuna disinfezione a base di cenere (beata cenere, serviva anche a questo!).
Ricordo
mia madre poliomielitica. Raramente usciva di casa, ma svolgeva ugualmente tante attività, come quella di “segnare” le persone. Lo faceva per il fuoco sacro e per togliere la paura ai bambini (livèr la pòra ai putén). Mi sembra ancora di vederla quando li guidava tenendo loro i polsi. Dovevano ungersi il dito indice infilandolo in un ciotolino pieno d’olio, dopodiché lo sgocciolavano sopra ad una ciotola ripiena d’acqua. In base a come si disponevano le gocce di unto, mia made era in grado di interpretare una serie di dettagli tutti suoi che le servivano per la risoluzione del problema.
Ricordo
quando da ragazzi giocavamo in quella che oggi è piazza Pizzardi situata tra Navile, Palazzo dell’Orologio e “Casetti” (i Casétt).. Questi ultimi erano alloggi fatti costruire dal marchese Pizzardi e assegnati agli operai che lavoravano presso il mulino. Davanti al Palazzo dell’Orologio vi era già la pesa pubblica rimasta ancora per qualche decennio, mentre nel lato che volge al mulino, quella che ora funge solo da meridiana, allora era un vero e proprio orologio (da qui il nome dell’edificio). Il Sig. Oliviero aveva il compito di occuparsi del suo funzionamento e, affinché ad ogni quarto d’ora scandisse un rintocco, bisognava caricare regolarmente il meccanismo accedendovi tramite una scaletta interna al palazzo salendo fino al solaio.
Ricordo
la miseria in quegli anni, la ripartizione del cibo e ciò che veramente significava la condivisione. Mia madre era solita riporre un pezzo di pane nella borsa di paglia attaccata ad una porta [óss] esortando noi quattro fratelli a lasciarlo a nostro padre di ritorno dal lavoro. Ricordo la “festa” che si faceva quando, una volta ogni tanto, ci comperava una banana e noi ce la dividevamo in quattro parti. A volte andavamo perfino in Castello a recuperare un po’ del rancio dei soldati lì alloggiati. Ci è pure capitato di andare a rubacchiare qualche patata lessa dal sig. Adolfo. Lui aveva un campo al di là del Navile (vicino al Castello) dove coltivava mais e patate, e queste ultime (quelle di scarto) le bolliva per il suo maiale. A noi ragazzi facevano gola, eccome!
Ricordo
una mattina, erano circa le 9.30 di sabato 2 settembre 1944 e Bentivoglio fu colpito dallo scoppio di due bombe. Non scorderò mai quel momento. Mi trovavo esattamente sul vasino e d’improvviso l’esplosione fu tale da mandare in frantumi diverse finestre del Palazzo. Non è mai stata ben chiara la dinamica dell’accaduto, ma mio marito Nandino, all’epoca quattordicenne, ha sempre detto che fu un errore. Un calcolo sbagliato che fece sganciare agli alleati una serie di bombe proprio a ridosso del paese. Alcune caddero in Navile, mentre altre due piombarono nel centro abitato. Una distrusse parte del Mulino ed un angolo del Palazzo dell’Orologio, mentre l’altra danneggiò la caffetteria (attuale bar sport) e lo stabile vicino, dove vi erano una latteria ed un ferramenta, oltre alle cantine e alle stalle del Mulino. Negli stessi spazi, ricostruiti in seguito in maniera totalmente diversa dagli originali, si trovano oggi le Poste, il centro estetico e il fotografo. Il bombardamento causò diverse vittime, alcune del paese, altre invece persone di passaggio. Persero la vita due giovani sorelle che abitavano al Palazzo dell’Orologio; erano Laura e Vittoria, poi la sig.ra Ida (la caftîra), la sig.ra Maria (la latèra), un signore di Cà de’Fabbri che era stato all’Ospedale.
Il destino! …. e quasi come una specie di presagio (o auspicio) voglio proprio raccontare questo aneddoto che era solito menzionare Nandino. La lattaia diceva sempre:” Ma se mi cascasse una bomba in testa! “. [Mo sa um vgnéss ònna bòmmba in cô !]. Purtroppo, fu così.
Ricordo
la raccolta del rame e dell’oro che si faceva in Castello dietro ordine del Duce pro Patria. Tutti erano tenuti a portare quello che possedevano, come ad esempio anelli, bracciali, catene, orecchini, padelle, paioli e tanto altro. Oltre al dispiacere nel vedere perdere le poche cose care si sommava la rabbia per l’atteggiamento meschino dei soldati che si avventavano sugli oggetti con cattiveria, colpendoli rovinosamente con martelli e mannaie.
Ricordo
che in Castello c’erano le prigioni usate anche durante la guerra. Al Sig. Dino (un soldato di Bologna particolarmente vivace) capitava spesso di trascorrervi qualche periodo, ma per sua fortuna era sarto e, con la scusa di dover accomodare le divise ai superiori e con la complicità di mia madre, si ritrovava “fuori” proprio per cucire assieme a lei.
Ricordo
mio fratello Carlo (Giancarlo) che a fine guerra, di ritorno dal fronte, venne a recuperarci, angosciato, sulle rovine della Torre del Castello e del mulino, dove noi 3 fratelli minori eravamo intenti a raccogliere qualche ramoscello [(brusclén) per accendere la stufa. Temeva la presenza di ordigni inesplosi e quasi rimproverò mia madre che, ignara del pericolo, ci aveva mandati a fare quel lavoro. Il 22 aprile del 1945 i tedeschi in ritirata minarono questi luoghi e li fecero saltare in aria, ma io in quel periodo non ero in paese. La nostra famiglia era sfollata da alcuni parenti al Tanarino (Tanarén) un luogo in mezzo alle risaie poco più a nord di Bentivoglio. Eravamo partiti dopo il bombardamento e vi rimanemmo fino alla liberazione.
Questa è solamente una parte dei vari ricordi di vita trascorsa nel mio Palazzo affacciato sul Navile. Era un condominio particolare già nell’architettura interna con le sue due corti da cielo a terra, ma lo era anche per le mille anime e le mille storie. Ci si voleva bene tutti, ognuno magari a modo proprio; il gruppo di bambini di cui facevo parte è sempre rimasto molto unito. Siamo cresciuti e siamo invecchiati, ma non ci siamo mai persi completamente; possiamo dire di essere rimasti amici per tutta la vita, anche se ormai siamo rimasti purtroppo in pochi.