In un recente incontro svoltosi alla Fondazione Zeri relativo a un meritorio ciclo di conferenze sui castelli e le ville della campagna bolognese si è parlato anche del Castello di Bentivoglio. Il relatore, Luca Annibali, ha ben spiegato come il castello si ponga nel corso del Quattrocento quale caso esemplare che segna la nascita della villa in senso moderno nel territorio bolognese. Originariamente concepito come una fortezza tardo-trecentesca fatta costruire dal Comune di Bologna a Ponte Poledrano, l'edificio fu acquistato a metà del Quattrocento da Annibale Bentivoglio. Tuttavia, fu sotto Giovanni II Bentivoglio, tra il 1475 e il 1482, che la struttura subì una trasformazione radicale: quella che era una struttura puramente difensiva per lo sfruttamento agricolo venne adattata a residenza di ritiro e di svago.
Questo complesso rappresenta perfettamente l'idea della villa come architettura di dominazione, uno strumento utilizzato dall'aristocrazia cittadina per controllare il territorio e disegnarne il paesaggio circostante. La villa bolognese unisce l'"utilità" dello sfruttamento economico alla "consolazione" dello spirito, ponendosi come un luogo di quiete lontano dalle "fatiche" della città.
Un elemento distintivo del Castello di Bentivoglio è il celebre
ciclo di affreschi delle "Storie del pane" situato in una delle sale del primo piano. Quest'opera illustra l'intero processo della panificazione: dalla preparazione del terreno attraverso il disboscamento e l'aratura, passando per la semina e la raccolta del frumento, fino alla lavorazione finale del prodotto, che culmina nella scena del consumo del pane durante un banchetto.
Questi affreschi dimostrano come la villa, a differenza del palazzo cittadino, potesse svincolarsi da rigidi obblighi celebrativi o allegorici per dare spazio a temi legati alla natura e alle attività produttive del podere.
La storia del castello prosegue fino alla fine dell'Ottocento, quando fu acquistato dal marchese Carlo Alberto Pizzardi. In questo periodo, il complesso fu testimone di una nuova trasformazione legata all'industrializzazione agricola, culminata con la costruzione di Palazzo Rosso (1889-1899), un complesso dedicato ai nuovi usi e alle tecnologie agrarie dell'epoca. Potremmo ben dedurre dunque che l’opera del marchese Carlo Alberto Pizzardi rappresenti il compimento definitivo di quel binomio tra utilità e consolazione che, sin dall'epoca classica e dal trattato di
Pietro de' Crescenzi, ha definito l’essenza della villa nel contado bolognese. Se nel Seicento il progetto dei Bentivoglio ferraresi di trasformare l’edificio in una fastosa dimora barocca rimase una "mancata realizzazione" (una vicenda affascinante che approfondiamo
altrove su questo sito), il Pizzardi, quasi tre secoli dopo, riuscì a dare una risposta concreta a quelle antiche intenzioni, adattandole però alle sfide della modernità.