L'assenza di un fiume naturale che attraversasse Bologna costituiva un vincolo oggettivo per lo sviluppo della città. L'autrice documenta con precisione come il Comune affrontò questa sfida attraverso una politica idraulica ambiziosa: dopo le prime canalizzazioni del Savena (1176) e del Reno (1183), il Navile emerse quale elemento cardine di una strategia più complessiva.
Il momento cruciale qui analizzato è rappresentato dall'accordo del giugno 1208 con i cosiddetti Ramisani, il consorzio privato che controllava la chiusa di Casalecchio. Questa intesa non fu un semplice patto commerciale, ma un atto di affermazione politica: il Comune ottenne il diritto perpetuo di deviare le acque del Reno, trasformando quello che era un monopolio privato in una risorsa pubblica. Particolarmente interessante è la qualificazione giuridica del Navile come "flumen navigabile", che richiamava i principi di avocazione allo Stato di innumerevoli consuetudini private, dettami contenuti nelle determinazioni emanate dalla dieta di Roncaglia del 1158 (tesi imperiali elaborate, non dimentichiamolo, da quattro giureconsulti dello Studio bolognese: Bulgaro, Martino, Jacopo ed Ugone da Porta), conferendo al canale uno status che ne garantiva il controllo comunale inalienabile.
L'originalità dell'analisi della Bocchi emerge nella descrizione della duplice natura del Navile. Se da un lato il canale forniva l'energia idraulica indispensabile per i mulini – essenziali per la molitura del grano a vantaggio di una popolazione in rapida crescita – dall'altro costituiva una via navigabile strategica verso le valli settentrionali, Ferrara e il Po. Questa doppia funzione trasformò il Navile nell'equivalente medievale di una moderna infrastruttura "multimodale".
Il culmine della strategia comunale si realizzò tra il 1219 e il 1221, quando l'amministrazione cittadina acquistò tutti i 35 mulini privati per la somma considerevole di 28.000 lire. L'autrice interpreta correttamente questo massiccio investimento non solo in termini economici, ma soprattutto politici: controllare la molitura significava (d’altronde non è un caso che si tratti della medesima “lezione” impartita dal ciclo della Sala del pane) garantire l'approvvigionamento alimentare e prevenire disordini sociali.
Viene descritta con efficacia l'organizzazione razionale di questi impianti, strutturati in "poste" di quattro mulini e dotati di infrastrutture accessorie (magazzini, uffici, alloggi), che testimoniano un'amministrazione già moderna nella concezione.
Uno degli aspetti più significativi evidenziati nello studio è la precocità dell'intervento bolognese rispetto ad altre realtà comunali italiane. Il Comune di Bologna si affermò come ente regolatore capace di pianificare e gestire risorse strategiche in un'epoca in cui tale ruolo era tutt'altro che scontato.
Il saggio della Bocchi restituisce dunque al Navile una dimensione storica di infrastruttura polivalente: non solo canale, ma "arteria" che alimentava il cuore produttivo della città e "vena" che la collegava ai circuiti commerciali padani. Adotto questa metafora circolatoria poiché mi pare colga efficacemente l'essenzialità di questo corso d'acqua per l'organismo urbano medievale. Si tratta pertanto di un contributo importante per comprendere come le città comunali italiane abbiano saputo trasformare limiti geografici in opportunità attraverso politiche infrastrutturali audaci e una visione strategica, quasi prodigiosa se rapportata all'italico oggi, di lungo periodo.