Il lavoro nei campi tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento era un'esperienza di estrema fatica fisica, scandita dal sorgere del sole e dall'uso quasi esclusivo della forza muscolare, umana e animale. Le giornate lavorative duravano spesso 12-14 ore, specialmente durante i picchi stagionali. Si lavorava con vanga, zappa, falce e forca. L'aratro era lo strumento principale per smuovere la terra, ma richiedeva il traino di buoi o cavalli, che rimasero essenziali fino al secondo dopoguerra. Spesso la stalla si trovava direttamente sotto l'abitazione dei contadini; il calore degli animali aiutava a scaldare i locali soprastanti durante l'inverno.
Nel Bentivogliese e nella pianura bolognese, due colture definivano il ritmo del lavoro:
• La Canapa: Una lavorazione complessa che andava dalla semina alla macerazione nei maceri (bacini d'acqua), un lavoro insalubre e faticoso che coinvolgeva tutta la famiglia mezzadrile.
• La Barbabietola: Con la nascita dei primi zuccherifici, questa coltura richiese una mole immensa di manodopera stagionale per la sarchiatura e la raccolta.
Le figure fondamentali del lavoro nei campi, oltre il contadino, erano gli scariolanti, braccianti specializzati nel trasporto di terra con la carriola per i grandi lavori di bonifica delle paludi. Vivevano in condizioni di precarietà estrema, arruolati di settimana in settimana dai "caporali". Le mondine, donne che lavoravano nelle risaie (molto presenti verso il Vercellese ma anche nel basso bolognese), chinate in acqua per ore a pulire il riso dalle erbe infestanti. Infine, i Mezzadri, famiglie che vivevano nel podere del padrone e dividevano il raccolto a metà (o secondo quote stabilite), legate da contratti che spesso includevano "opere" gratuite obbligatorie per il proprietario. Oggi, questa memoria è conservata presso il Museo della Civiltà Contadina di Villa Smeraldi a Bentivoglio, dove sono esposti oltre 10.000 oggetti che testimoniano questa dura realtà.