La storia di questi uomini, lunga 600 anni, ci parla di braccianti che trasportavano terra con le loro carriole durante i lavori di bonifica, alzando argini, scavando canali, colmando paludi.
Nel corso dei secoli molti chilometri di arginature e protezioni per le acque nacquero dal duro lavoro di centinaia di operai braccianti che per le condizioni ambientali rischiavano di ammalarsi di malaria. Il loro operato ha cambiato completamente il territorio.
«Secondo i dati di un’inchiesta effettuata nel 1870, all’epoca il terreno paludoso in Emilia-Romagna era pari a 141 mila ettari. Oggi la parte residua è nelle Valli di Comacchio».
La prima irreggimentazione dei corsi d’acqua avviene durante il periodo napoleonico, a partire dal 1807, con l’avvio di un canale artificiale destinato a fungere da scolmatore del fiume Reno per evitarne l’esondazione, all’epoca frequente. È il cosiddetto Cavo Napoleonico, completato poi nel corso del Novecento, che collega il Reno al Po e consente di regolarne il deflusso».
Le operazioni di bonifica, nel 1882, si intensificano grazie anche a un forte intervento dello Stato che intende combattere la piaga della malaria. In seguito a questi provvedimenti si procede alla bonifica dell’area paludosa situata a nord della Via Emilia, tra la costa e il Po. Basti pensare che all’epoca era occupata dalle acque la maggior parte della superficie del comune di Ravenna, che peraltro è il più esteso d’Italia dopo quello di Roma.
I lavori venivano eseguiti in modo tradizionale, per colmata. Si impiegavano operai agricoli, gli scariolanti, che trasportavano la terra nella zona paludosa con le loro carriole per alzare il livello del terreno. Era un lavoro molto duro e faticoso. All’epoca venne avviata anche la trasformazione delle paludi in risaie, poi abbandonata quando divenne possibile importare riso dall’estero a buon mercato. Nel Novecento poi vennero impiegate le idrovore a vapore per drenare le acque».
Il fascismo vara nel 1924 la legge Serpieri e predispone un programma per la “bonifica integrale”, che decreta lo svuotamento delle aree paludose e la loro messa a coltura nell’ambito della cosiddetta “battaglia del grano” per l’autosufficienza alimentare dell’Italia. Ma gli investimenti del regime si riducono molto in seguito alla grande crisi del 1929. Poi, dopo la Seconda guerra mondiale, subentra l’uso massiccio del Ddt che permette di combattere efficacemente la malaria».
IL LAVORO
Ogni scariolante era tenuto a portare con sé una vanga ed una carriola personale, trainandola dietro la bicicletta o tenendola sopra la testa.
Non era duro solo il lavoro, ma anche difficile lavorare. A ogni inizio di settimana, alla mezzanotte della domenica, un corno suonava e chi voleva avere il lavoro doveva incamminarsi verso gli argini dove avveniva il conferimento dell'incarico. I ritardatari rischiavano di essere respinti e di dover aspettare fino alla settimana successiva per tentare di nuovo.
Il pagamento avveniva a fine giornata, a cottimo (cioè pagato in ragione dei metri cubi di terra posti sull'argine e pressati), ma solo se era stata conclusa: non era raro, infatti, che la ruota della carriola si rompesse e lo scariolante doveva sempre averne una di scorta.
Gli scariolanti lavoravano dalle 5 alle 12, verso le 7 facevano mezz'ora di riposo per la colazione. Erano suddivisi in squadre, in genere di 20/30 operai, ai quali veniva assegnato un tratto del letto del fiume di 50 metri circa. Ogni squadra lavorava tre quarti d'ora per poi riposarsi un quarto d'ora.
In questo lavoro, che durava due o tre mesi l'anno, c'erano delle figure adibite al rifornimento dell'acqua che partecipavano al pari delle altre alla divisione finale degli utili, ma c'erano anche quelle persone, chiamate "Cap rudin" che stabilivano il ritmo di lavoro della squadra stando molto attenti a non farsi assegnare i tratti del letto del fiume più dure.
DOPO LA CARRIOLA
Il "piccolo binario mobile" dell’epoca è la ferrovia Decauville, un sistema a scartamento ridotto (solitamente 600 mm) che rivoluzionò il lavoro nelle bonifiche e nelle risaie tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

La caratteristica fondamentale era la sua portabilità. I binari erano composti da elementi prefabbricati leggeri (rotaie in acciaio montate su traversine metalliche) che potevano essere montati, smontati e spostati rapidamente su terreni fangosi o instabili senza necessità di fondamenta complesse. Prima dell'introduzione dei vagoncini (chiamati spesso "bruchi" o "vagonetti"), gli scariolanti spostavano la terra esclusivamente con la carriola. Il binario mobile permise di trasportare carichi molto maggiori con minore sforzo fisico, aumentando drasticamente l'efficienza dello scavo di canali e della costruzione di argini. I vagoncini a due assi correvano su queste rotaie e venivano inizialmente spinti a mano dagli operai o trainati da animali (cavalli o muli), e solo successivamente da piccole locomotive a vapore o testate motorizzate.
Nelle zone del Ferrarese e del Ravennate, questo sistema fu essenziale per la "colmata" (il riempimento di zone depresse con sedimenti) e per la creazione della rete idrica necessaria alle risaie. Oggi puoi vedere esempi di questi vagoncini e sezioni di binario presso il Museo della Civiltà Contadina di Bentivoglio (BO), che conserva testimonianze dirette del lavoro degli scariolanti nella Pianura Padana.
L’ESODO
Gli scariolanti Romagnoli sono conosciuti anche in un'altra zona d'Italia. Infatti, il 24 Novembre 1884, 500 braccianti romagnoli dell'Associazione Generale partirono da Ravenna diretti ad Ostia al fine di bonificare le paludi e le malsane terre dell'Agro Romano, alla foce del Tevere. Lavorando di braccia e di carriola, scavarono canali, alzarono argini, misero in funzione idrovore a vapore, costruirono e regolarono, bonificando, tremila ettari di terreno, rendendo l’ambiente vivibile e tale da consentire l’avvio di attività economiche.
Diedero vita, inoltre, ad una colonia regolata dai valori umanitari e di solidarietà che li avevano spinti a unirsi in cooperativa e ad affrontare una simile avventura. Il prezzo pagato in termini di vite umane fu altissimo: circa 600 i morti, dovuti soprattutto alla malaria, nei primi 12 anni di lavoro. Oggi queste terre sono coltivate ed abitate dagli eredi degli scariolanti ravennati.
LOTTA PER I DIRITTI
Nella seconda metà del XIX secolo, però, i lavori volsero progressivamente al termine e questa gente che da generazioni non aveva fatto altro che trasportare terra, rischiò la disoccupazione. Ad aggravare la condizione degli scariolanti, c'erano la crisi economica e l'abbandono delle campagne da parte di moltissimi figli di mezzadri che andavano a lavorare in città come operai. Fu in quel clima che a Ravenna, per volontà di Nullo Baldini, trentadue scariolanti e badilanti diedero vita nel 1833, in una casa del Borgo di San Rocco, alla prima cooperativa di lavoro della storia italiana, l'Associazione Generale degli Operai Braccianti del Comune di Ravenna.
Di lì a poco le cooperative crebbero di numero e si diversificano nei vari settori e nel 1902, venne fondata la Federazione delle Cooperative presieduta dallo stesso Nullo Baldini.
A Mezzolara di Budrio scendono in sciopero 600 mondine e operai delle risaie. Chiedono un miglioramento negli orari di lavoro e nei salari. L'agitazione non avrà successo per l'intransigenza dei padroni e la scarsa solidarietà nella lotta. Nella Bassa padana entrano in agitazione per la prima volta anche gli “scariolanti”, operai nullatenenti, pagati non a ore, ma per il numero di carriole di terra riempite e trasportate. Sono “veri e propri proletari della terra”, che inseguono opportunità di lavori precari, stagionali nei lavori di arginatura.
Costituiscono “una torma di gruppi di nomadi, che, ormai sradicati dai luoghi di provenienza, vagherà per le campagne liberate dalle acque, alla perpetua ricerca di un modo qualunque per ottenere un lavoro” (Bassi).
In novembre si avrà la prima importante agitazione agricola a Molinella: circa 3.000 braccianti di San Martino in Argine sciopereranno per dieci giorni per migliori condizioni salariali. L’8 dicembre i braccianti di San Giovanni in Persiceto entreranno in sciopero per il miglioramento del salario, ottenendo dopo due giorni un risultato positivo. Le agitazioni e gli scioperi agricoli nel Bolognese si intensificheranno negli anni successivi. Tra il 1883 e il 1890, secondo una statistica ministeriale, vi saranno oltre settanta scioperi per un salario migliore, la giornata lavorativa di otto ore e il diritto di collocamento. Negli ultimi anni dell'800 non vi saranno scioperi solo nel 1891 e nel 1896. Non di rado, però, l'offerta di braccia al ribasso scatenerà una vera e propria “guerra fra i poveri” e i proprietari terrieri cercheranno spesso di utilizzare operai “Krumiri” provenienti da altri paesi, piuttosto che scendere a patti con gli scioperanti.
BIBLIOGRAFIA
Parte dei testi sono Tratti dal blog di Genziana Ricci: