Gian Vincenzo Imperiale - Bentivoglio e dintorni

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Un nobile in esilio solca il Navile: Gian Vincenzo Imperiale tra Bologna e Venezia


Articolo di :
Matteo Rozzarin


 
Nell'ottobre del 1635, una barca scivolava silenziosa lungo il Canale Navile portando con sé un passeggero tutt'altro che ordinario: Gian Vincenzo Imperiale, patrizio genovese di immenso patrimonio, poeta, collezionista, figlio di un Doge della Repubblica di Genova, già Ambasciatore della stessa presso la Spagna e lo Stato Pontificio, ed ex Generale delle Galee [Besomi et al., Lo stato rustico; Imperiali, Musaeum historicum, 1640]. La sua fisionomia ci è nota grazie ad Antoon van Dyck, che durante il suo soggiorno genovese del 1621-1627 lo ritrasse in un dipinto in cui Imperiale posa nella veste di Senatore, è oggi conservato alla National Gallery of Art di Washington [Martinoni, Gian Vincenzo Imperiale politico, letterato e collezionista]. Non è questo un dettaglio marginale: proprio mentre Palazzo Ducale di Genova ospita una grande mostra dedicata al pittore fiammingo, e che vedrà nel Palazzo dell’omonima famiglia senatoria una sede collaterale dell’evento, riporta in primo piano anche il nome di Gian Vincenzo Imperiale, già frequentato da Rubens durante il periodo genovese del maestro, prima che Van Dyck ne raccogliesse l'eredità stilistica e relazionale. Entrambi i grandi fiamminghi attraversarono la sua orbita, riconoscendo in lui uno dei committenti e modelli più rappresentativi di quell'aristocrazia genovese che immortalarono con penetrazione psicologica ineguagliata. Un uomo che aveva conosciuto le vette del potere e che nel 1635, colpito da un bando infamante, si trovava ospite dei Paleotti su un colle ameno dei colli bolognesi.
La storia che lo portò sulle acque del Navile comincia dunque con un'accusa. Nel giugno del 1635, Imperiale fu condannato in contumacia dalla Repubblica di Genova come mandante del ferimento di un musico napoletano, tal Carlo Muzio. Una «ria calunnia», come la definirono i suoi contemporanei, architettata dall'interno della fazione filospagnola per invidia verso una posizione sempre più dominante [Barrili, Viaggi di Gian Vincenzo Imperiale, 1889; Imperiali, Musaeum historicum, 1640]. Imperiale proclamò sempre la propria innocenza, sostenendo peraltro che il Muzio fosse ancora vivo, ma il processo si svolse senza che si potesse difendere, mentre giaceva gravemente malato nella villa di Sampierdarena [Carminati-Zambelli, Lettere di G.V. Imperiale a Virgilio Malvezzi].
L'esilio lo condusse a Bologna l'11 luglio 1635. Qui trovò rifugio, come accennato, presso la nobile famiglia Paleotti, legata a lui da vincoli parentali attraverso i Di Negro e i Malaspina, e si stabilì nella tenuta suburbana chiamata «Il Casalino», collocata nella zona collinare di Monte Donato, fuori Porta Santo Stefano [Carminati-Zambelli, Lettere di G.V. Imperiale a Virgilio Malvezzi; Masini, Bologna perlustrata]. I Paleotti erano una delle casate senatorie più in vista di Bologna: discendenti di un Francesco Paleotti «Anziano» della città nel Cinquecento e imparentati con Alfonso Paleotti, successore di Gabriele sulla cattedra arcivescovile fino al 1610, possedevano due dimore suburbane di grande prestigio (il ben noto palazzo di San Marino di Bentivoglio e la villa agli Arienti) ed erano celebri per la raffinatezza della loro ospitalità. Le loro «famose cene» erano così note da meritare memoria scritta: il pittore quadraturista Angelo Michele Colonna realizzò per loro un «curioso miniato libro» con disegni delle occasioni conviviali di famiglia [Malvasia, Felsina Pittrice, 1678]. Non si trattava solo di semplice mecenatismo domestico: proprio nel 1635, anno dell'arrivo di Imperiale, la villa agli Arienti ospitò il Principe Giovan Carlo di Toscana in uno di quegli incontri in cui politica, arte e vita sociale si intrecciavano, tanto che il pittore Francesco Albani, invitato per l'occasione, finì per indispettire l'illustre ospite dilungandosi nelle sue lamentele personali invece di discutere di pittura [Malvasia, Felsina Pittrice, 1678]. In questo ambiente di mecenatismo raffinato e diplomazia informale, Imperiale trovò dunque un rifugio congeniale. Da quella campagna silenziosa, mentre lavorava al suo Ritratto del Casalino (pubblicato nel 1637), prosimetro in cui la pace della vita rurale si contrappone all'invidia che lo aveva cacciato da Genova, nacque anche il desiderio di un viaggio.
Vale la pena soffermarsi su dove si trovasse esattamente questo «Casalino». Le fonti non lasciano un'indicazione univoca, ma un'identificazione probabile, che ritengo storiograficamente fondata, porta all'attuale Castell'Arienti, già nota come Villa degli Arienti o semplicemente «gli Arienti», nella fascia collinare a sud-est di Bologna. Masini, nella sua Bologna perlustrata, ricorda che i Paleotti possedevano un «bellissimo Palazzo fuori di porta Santo Stefano» in una zona celebre per i suoi depositi minerari: gesso, barite (la «pietra bolognese» fosforescente citata anche da Goethe ne I dolori del giovane Werther, 1774), sale ammoniaco, marcasite e ferro, che si estendevano da Casaglia e Gaibola fino a Ronzano, «infino à gli Arienti» [Masini, Bologna perlustrata]. La stessa area viene descritta come luogo di «grande spasso» per la magnificenza della vista sulla pianura, dettaglio che concorda perfettamente con il tono contemplativo dell'opera di Imperiale. Un ulteriore indizio viene dalla topografia medievale: una fonte del 1315 segnalava la località come Fontana Armenti, «oggi Villa degli Arienti», lungo la strada che scendeva verso il Molino di Savena e il parco del Paleotto [AA.VV., Vie romane tra Italia centrale e Pianura Padana. Ricerche nei territori di Reggio Emilia, Modena e Bologna]. Sebbene il nome «Castell'Arienti» non compaia con questa forma nelle cronache secentesche (che preferiscono «gli Arienti»), la convergenza tra la proprietà Paleotti, il contesto geologico e la posizione fuori Porta Santo Stefano rende questa identificazione la più plausibile allo stato attuale delle ricerche.
Il 19 ottobre 1635, Imperiale e Francesco Paleotti partirono alla volta di Venezia. Il percorso è documentato dal figlio Giovan Battista nel resoconto dei Viaggi [Barrili, Viaggi di Gian Vincenzo Imperiale, 1889]: si mossero in carrozza da Bologna fino a Corticella, circa tre miglia, dove si imbarcarono su un sandalo. Navigando verso nord percorsero le sette miglia fino a Bentivoglio. Lì, presumibilmente in villa, il Paleotti offrì ai viaggiatori una colazione improvvisata prima di proseguire per le altre dieci miglia fino a Malalbergo, dove giunsero a notte fonda per pernottare in una casa di famiglia (non sfuggirà come anche da questo «innocente» resoconto trapeli la disseminazione territoriale strategica del potere temporale dei Paleotti).
Il viaggio di ritorno riservò qualche avventura. Nei pressi di Malalbergo il sandalo (casca esattamente a proposito il nostro articolo didascalico sulla Navigazione lungo il Navile) dovette essere letteralmente sollevato a spalla dai barcaioli per superare dei pali che ostruivano il transito, una scena che il figlio descrive con tono quasi teatrale: «[…] con un sandalo s'indirizzò il viaggio a Malalbergo, per un canale più corto della strada maestra. Ma ad un passo seguì una metamorfosi, che non mi raccordo mai averla letta ne' libri. Il sandalo che portava noi altri, bisognò, per trapassare alcuni pali che impedivano l'andata, sostenerlo per un poco sopra delle spalle, e traghettarlo all'altra riva» [Barrili, Viaggi di Gian Vincenzo Imperiale, 1889]. Ma il colpo di scena finale arrivò alla scoperta che «il canale che conduce a Bologna era rotto»: in secca o danneggiato, il Navile non era navigabile. Imperiale non si perse d'animo: noleggiò i cavalli tiratori delle barche, rimasti inoperosi proprio per quell'asciutta, e rientrò a Bologna a cavallo sotto una pioggia battente, giungendo in città verso le undici di sera [Barrili, Viaggi di Gian Vincenzo Imperiale, 1889].
Venezia restituisce la misura più piena di chi fosse davvero Imperiale: non un letterato di studio, ma un intellettuale a tutto tondo. Nel soggiorno tra fine ottobre e metà novembre assistette ai vespri dei Frari diretti da Claudio Monteverdi («uomo di gran spirito», annota il figlio) e incontrò il librettista Giulio Strozzi, ascoltando il canto della figlia adottiva Barbara Strozzi; dialogò da pari a pari con letterati come Giovan Francesco Loredan e con la poetessa Sara Copia Sullam; visitò l'Arsenale e le officine di Murano con lo stesso interesse con cui esaminava un dipinto; assistette alla lotta dei pugni tra Nicolotti e Castellani; e quasi ci lasciò la vita in una battuta di pesca a Malamocco, sorpreso da un turbine che costrinse i presenti ad aggrapparsi a un palo. Il poeta, il collezionista, il curioso delle tecniche, il frequentatore di musicisti e poetesse: un profilo di straordinaria ricchezza, forse ingiustamente dimenticato ai margini della storia culturale del Seicento [Barrili, Viaggi di Gian Vincenzo Imperiale, 1889; Martinoni, Gian Vincenzo Imperiale politico, letterato e collezionista].
Il Canale Navile fu dunque, per qualche giorno d'autunno, la via che portò un grande del Seicento italiano attraverso le campagne tra Bologna e Malalbergo. Un percorso che oggi è storia minore, ma che per Gian Vincenzo Imperiale fu parte di un esilio che, paradossalmente, divenne uno dei periodi più fecondi della sua impresa intellettuale.
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Riferimenti
● Barrili, A.G., Viaggi di Gian Vincenzo Imperiale, Genova, 1889
● Beltrami, P.G., Il Ritratto del Casalino
● Besomi, O. et al., Lo stato rustico
● Carminati, C. – Zambelli, M., Lettere di G.V. Imperiale a Virgilio Malvezzi
● Goethe, J.W., I dolori del giovane Werther, 1774
● Imperiale, G.V., Il Ritratto del Casalino, Bologna, 1637
● Imperiale, G.V., Lo Stato Rustico, Genova, 1607–1613
● Imperiali, G., Musaeum historicum, Venezia, 1640
● Malvasia, C.C., Felsina Pittrice. Vite de' pittori bolognesi, Bologna, 1678
● Martinoni, R., Gian Vincenzo Imperiale politico, letterato e collezionista
● Masini, A., Bologna perlustrata
● Selmi, E., Pastorale in romanzo
● AA.VV., Vie romane tra Italia centrale e Pianura Padana. Ricerche nei territori di Reggio Emilia, Modena e Bologna (doc. medievale del 1315, disponibile su montebibele.eu)

 
Un nobile in esilio tra Bologna e Venezia
 
Un nobile in esilio tra Bologna e Venezia
Antony Van Dyck, Ritratto dell’ammiraglio genovese Gian Vincenzo Imperiale (1626), Wikimedia Commons.
 
Domenico Fiasella, Ritratto della famiglia Imperiale (1642), Wikimedia Commons.
 
 
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